Per calcolare l’impatto ambientale del cibo bisogna considerare il contesto

L’interesse dell’opinione pubblica sull’impatto ambientale e la sostenibilità dei cibi è sempre più alto e normalmente è orientato sulla fase di produzione degli alimenti. Tuttavia per avere una visione globale e più precisa di questo parametro sarebbe opportuno considerare bene anche il consumo degli alimenti stessi: è’ qui, infatti, che si nasconde la principale quota di sprechi, la forma forse più odiosa di impatto negativo quando si considera appunto la sostenibilità dei cibi.

Ma quali sono i cibi sostenibili? Quanto le nostre scelte alimentari sono appropriate? Ed è possibile, una volta sfatati alcuni miti, calcolare con precisione l’impatto ambientale di cibi come ad esempio le carni o i salumi?

Per rispondere a queste domande è necessario capire in primis quali sono i cibi che si possono considerare sostenibili. Sono quelli a chilometro zero? Non sempre. Sono quelli di origine solamente vegetale? Non necessariamente. Sono quelli che costano di più e che si vantano di produzioni più “etiche”? Non è detto.

Di fatto il modo in cui scegliamo di alimentarci ha sempre delle conseguenze sia sull’economia che sulla società, ma soprattutto sull’ambiente. E queste possono essere sia positive che negative.

L’impatto ambientale, ovviamente, si genera lungo tutta la filiera di produzione, per questo si deve tenere in considerazione l’intero ciclo di vita dell’alimento. Ecco perché il metodo di calcolo forse più efficace in questo senso si chiama “analisi del ciclo di vita”, meglio noto come Life Cycle Assessment (LCA), che valuta gli impatti lungo l’intera filiera produttiva e fa un resoconto dei risultati delle analisi grazie ad opportuni indicatori di sintesi. Il più noto è quello delle emissioni di “gas serra”, la cosiddetta “Carbon Footprint”.

Affinché il metodo LCA risulti veramente utile e per evitare di giungere a conclusioni fuorvianti se non errate, serve che l’analisi dei dati tenga anche conto del contesto in cui viene fatta.

Il consumo di una certa quantità di energia, per esempio, non fornisce informazioni in merito al reale impatto, se il valore non viene messo in relazione alla quantità e alla qualità di energia nell’area di consumo (così un prodotto a chilometro zero o biologico può avere molto più impatto di un prodotto industriale o globalizzato)”, spiega Ettore Capri, Professore Ordinario di Chimica Agraria e Ambientale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza: “Un simile particolare, a prima vista di poco conto, diventa di fondamentale importanza quando i risultati sono utilizzati per le attività di comunicazione”.

Prendiamo il caso di carni e salumi, considerati fra gli alimenti con il più alto impatto ambientale per chilo. “La carne è all’apice della catena alimentare ecologica: per fare proteine animali sono richiesti prodotti primari vegetali e maggior tempo di sintesi biologica. Ma classificare gli alimenti in base all’impatto per chilo è un esercizio poco significativo sia perché l’apporto nutrizionale degli alimenti è differente, sia perché una corretta alimentazione dovrebbe prevedere un consumo equilibrato di tutti gli alimenti disponibili, sia perché esistono metodi di produzione diversamente sostenibili”.

Come molti altri settori produttivi, in effetti, anche quello della carni e dei salumi cerca costantemente di migliorarsi. “Oggi i piccoli operatori tendono ad aggregarsi in cooperative o in piccole e grandi industrie. Questo consente loro di ottimizzare i costi e di accedere a sistemi tecnologici evoluti che permettono di aumentare l’efficienza delle produzioni, con conseguenti vantaggi economici e ambientali”, spiega ancora il professor Capri “Bisogna sempre ricordare, infatti, che quando una grande industria o una cooperativa di produttori ottiene un piccolo miglioramento, il beneficio per la comunità è molto significativo per via dei volumi su cui questo miglioramento agisce”. E i piccoli allevamenti, magari a chilometro zero? “Se operano in modo scorretto, possono provocare inquinamenti significativi. Ecco perché, con gli stessi metodi di calcolo degli impatti, i consumatori possono distinguere i produttori corretti da quelli scorretti, i cibi sani anche dal punto di vista ambientale, cioè sostenibili, da quelli insalubri”.

Insomma, i metodi di calcolo devono considerare diversi fattori, con risultati a volte inaspettati. Inoltre, all’impegno del mondo produttivo di impattare meno sull’ambiente e di calcolarlo in modo più efficace, serve affiancare le “buone pratiche” dei consumatori. Da una parte, perché i principali sprechi (di qualunque alimento) avvengono proprio nella fase “finale” di consumo; dall’altra, perché sono le scelte consapevoli che condizionano maggiormente il mondo produttivo.

Fonte BioEcoGeo