Una produzione antibiotic-free solo da parte del settore avicolo avrà scarso beneficio

Una produzione avicola senza antibiotici potrà essere davvero utile a rallentare la resistenza antimicrobica? Secondo un nuovo studio dal titolo “Modelling the impact of curtailing antibiotic usage in food animals on antibiotic resistance in humans” (Modellazione dell’impatto di un limitato uso di antibiotici nella produzione animale, rispetto alla resistenza agli antibiotici nell’uomo) non molto. Gli autori sostengono che limitando soltanto il volume degli antibiotici consumati nella produzione animale, si avrà un impatto minimo sui livelli di resistenza batterica negli esseri umani.

Senza adeguate misure intraprese anche nel settore della salute umana, e iniziative per ridurre la trasmissione, l’allevamento può giocare solo un ruolo marginale nella lotta contro la resistenza batterica.

Dato che al momento sono ancora pochi gli studi approfonditi e basati sui dati a favore o contro l’ipotesi che la riduzione degli antibiotici negli allevamenti rallenterà lo sviluppo di infezioni batteriche resistenti nell’uomo, gli autori hanno sviluppato un semplice modello matematico per verificare se è davvero così.

Sebbene sia considerato ovvio che ridurre l’impiego di antibiotici negli animali diminuirebbe i livelli di resistenza negli esseri umani, per una vasta gamma di scenari applicati a questo modello, sembrerebbe non essere così, soprattutto se le misure vengono prese solo dal settore zootecnico. Gli autori concludono che, in molte circostanze, tagliando l’uso degli antibiotici solo nella produzione animale l’impatto sarà molto piccolo, e che invece ridurre la trasmissione potrà essere una strategia molto più efficace per la protezione della salute umana.

Relativamente alle infezioni umane, vale la pena ricordare che i cibi di origine animale non sono l’unica fonte di esposizione umana a batteri resistenti, e che la loro implicazione nei confronti delle infezioni negli esseri umani è ancora da quantificare.
Ci sono molte situazioni da analizzare e quindi molte risposte diverse in termini di quantificazione, così come sono molte le combinazioni di antibiotici, ceppi batterici, e specie di animali da allevamento. Ognuno di questi fattori ha dinamiche proprie, che variano da paese a paese, ognuno con la propria assistenza sanitaria e i propri sistemi di allevamento.

Gli autori fanno notare che un fattore raramente esaminato è la trasmissione dei batteri resistenti dagli esseri umani agli animali, e che anche questo fattore ha un impatto sul successo di qualsiasi intervento. Il modello ha rivelato che, quando vi è una trasmissione di batteri resistenti agli antibiotici dagli esseri umani agli animali il tasso è di solito elevato, ed è quindi più difficile combattere la resistenza. Se le dinamiche di resistenza nell’uomo e nelle popolazioni animali sono accoppiate, la lotta alla resistenza richiede un’azione coordinata in entrambe le popolazioni. Non è sufficiente abbassare soltanto il consumo di antibiotici negli animali, e la trasmissione da e verso l’uomo e gli animali, oltre che gli alimenti, deve essere limitata per massimizzare l’impatto di ogni intervento.

Il documento è stato accolto con favore dai membri della Responsible Use of Medicines in Agriculture Alliance – RUMA, che tuttavia avvertono che il modello adottato dai ricercatori fornisce solo un’indicazione dei risultati. Il presidente della RUMA, Gwyn Jones, ha sottolineato tuttavia la necessità di un approccio “One Health” sia in termini di salute umana che animale, e che il settore alimentare e quello agricolo non devono in alcun modo diminuire l’attenzione sulla riduzione o la sostituzione dell’uso di antibiotici. Ha inoltre affermato che l’attuale disposizione verso una produzione animale senza antibiotici, non è necessariamente benefica per la salute umana, e rende eventuali ripercussioni negative sulla salute e il benessere degli animali ancora più ingiustificabili.

Fonte WattAgNet