La cassava come ingrediente per l’alimentazione animale

Conosciuta principalmente per i suoi tuberi ricchi di amido, la cassava, nota anche come manioca, rappresenta una valida alternativa come ingrediente per i mangimi. E’ una pianta che cresce facilmente anche in condizioni difficili e può quindi essere coltivata anche in terreni poveri, secchi o che presentano alti tassi di malattie delle piante. La sua resa media, anche in cattive condizioni, è di circa 13 tonnellate per ettaro ma se coltivata in condizioni quasi perfette (clima tropicale), la resa può raggiungere fino a 80 tonnellate per ettaro.

Attualmente, la cassava è la seconda pianta a base di carboidrati maggiormente coltivata al mondo con oltre 9 milioni di ettari dedicati alla sua produzione in Africa e Asia.  Nel mondo la sua coltivazione si sta espandendo in Asia, America Latina e Africa grazie alle elevate richieste da parte dell’industria alimentare, del mangime, dell’amido industriale e dell’etanolo.

La Thailandia è il più grande esportatore di prodotti di cassava e ha ottenuto questo primato grazie agli elevati livelli di produzione e alla crescente domanda europea già a partire dagli anni ’70 e ’80. Nigeria e Brasile, i due produttori leader, utilizzano invece tutta la coltivazione internamente. Anche Indonesia, Congo e Ghana vantano record produttivi di questo prodotto a livello internazionale.

La cassava è un tubero che si allarga nel sottosuolo, ricco di amido e povero di proteine, ma con una notevole quantità di fibre contenuta nella sua buccia. La parte che esce dal terreno è legnosa e quindi inadatta come ingrediente per l’alimentazione animale, ma le foglie rappresentano una ricca fonte di proteine. L’unione tra il tubero e le sue foglie crea una combinazione molto equilibrata.

I tuberi grezzi di cassava, considerati il principale prodotto, contengono grandi quantità di glicosidi cianogenici che rilasciano cianuro (cyanide) se la pianta è attaccata e mangiata dagli animali. Nella cassava ci sono due tipi di glicosidi cianogenici: linamarina e lotaustralina. Il cianuro rilasciato è altamente tossico per gli animali e provoca asfissia e morte. Per questo i suoi livelli devono essere controllati attraverso il processo di trasformazione.

Inizialmente i tuberi crudi di cassava vengono sbucciati e il materiale che se ne ottiene viene tagliato a pezzetti che vengono lasciati ad asciugare al sole o essiccati in forni. L’enzima linamarasi entra in contatto con i glicosidi cianogenici e rilascia idrogeno di cianuro (HCN), che è volatile ed evapora. Poiché l’essiccazione del sole chiede più tempo rispetto a quella nel forno, il secondo metodo è più efficace nel ridurre i livelli di cianuro. In entrambi i casi, questi livelli sono ridotti di almeno il 90%.

Le chip di cassava (la parte pelata e tritata del tubero) sono il prodotto principale di questo tubero. Sono necessari due o tre giorni di asciugatura al sole affinché le chip diventino idonee al consumo animale. La varietà, la composizione e la forma, non sono ideali per il commercio internazionale. Ma di solito queste chip vengono assemblate in pellet uniformi, meno ingombranti, per renderle adatte all’esportazione. La cassava è anche utilizzata in polvere, massimizzando i resti del processo di pellettizzazione. La polvere ha un basso livello di amido ma è ricca di minerali provenienti soprattutto dal terreno. Per questo non è considerato adatto ai mangimi.

La buccia di cassava non solo è ricca di glicosidi cianogenici, ma contiene anche meno amido e meno proteine rispetto al tubero: in quanto tale, non è un ingrediente adatto per i mangimi destinati ai monogastrici. Tuttavia, la scorza delle varietà a basso contenuto di HCN può essere una forma alternativa di sostanze nutritive, in particolare fibre, per altre specie, soprattutto i ruminanti, quando non sono disponibili i principali tipi di mangimi.

Le foglie di cassava possono essere essiccate e macinate dato che sono ricche di proteine e fibre, ma hanno un basso contenuto di energia. Ancora una volta, occorre prestare attenzione ai livelli molto elevati di HCN presenti nelle foglie grezze.

Dato che è possibile produrne fino a 10 tonnellate per ettaro, la farina di foglie di cassava è un sottoprodotto significativo, adatto soprattutto all’alimentazione animale. In generale, può essere considerato simile all’alfalfa, sempre tenendo conto delle sue specifiche tossicità. Se somministrati al pollame, i mangimi a base di chips/pellet di cassava richiedono l’integrazione con carotenoidi sintetici o naturali perché le radici ne sono prive. Al contrario, le foglie sono una buona fonte di carotenoidi.

Le chips e i pellet sono i prodotti derivati dalla cassava più conosciuti, ma anche gli alimenti derivanti dalle foglie potrebbe diventare un ingrediente importante nell’alimentazione animale. La consapevolezza e la capacità di gestione dei livelli di HCN rimane il fattore più importante che determina l’utilizzo della cassava nei mangimi.

Fonte WattAgNet