Iran in crisi per la penuria di uova

Dal 21 marzo 2017, a causa degli ultimi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità, l’Iran ha perso 21 milioni di capi. Lo riporta il dottor Alireza Rafiepoor, capo dell’Organizzazione veterinaria dell’Iran. Tutto ciò ha comportato un grande aumento dei prezzi per le uova e numerose proteste nelle strade.

L’aviaria è stata confermata in 421 siti diversi, tra cui molti allevamenti di pollame, macelli e impianti di lavorazione. La maggior parte delle epidemie sono state registrate nelle province di Isfahan, Guma e Yazd. Sebbene la nuova ondata di influenza aviaria che sta colpendo il paese non abbia avuto un impatto significativo sulla produzione di carne, il problema riguarda la produzione di uova dato che il 73% dei capi colpiti sono ovaiole. Negli ultimi 12 mesi l’Iran ha infatti perso quasi il 30% dei 53 milioni di ovaiole presenti a inizio 2017. e da maggio dello scorso anno il paese ha subito un aumento dei prezzi delle uova mai visto prima: circa il 35% in più rispetto ai prezzi di inizio 2017.

In Iran si consumano annualmente 16 miliardi di uova (198 uova pro capite). Quindi, per un paese in cui l’economia non è nella sua forma migliore e il potere di acquisto della popolazione è basso, un così forte aumento del livello dei prezzi per un alimento di base ha avuto una grande influenza sui cittadini.

L’aumento del prezzo delle uova è diventato quasi il simbolo dei più ampi problemi economici dell’Iran e ha provocato una grande ondata di proteste. I manifestanti sostengono che il prezzo delle uova è praticamente raddoppiato in alcune province, dati non veri per le autorità governative che stanno adottando misure urgenti per contrastare l’epidemia di AI e riportare le strutture interessate ai livelli produttive abituali.

Secondo l’Unione di produttori avicoli del paese, i focolai di influenza hanno causato circa 480 milioni di dollari di perdite. Il governo iraniano ha stanziato aiuti di Stato per un valore di 24 milioni di dollari a favore degli allevatori colpiti.
La penuria di prodotto sul mercato interno ha anche penalizzato le esportazioni: tra marzo e giugno 2017 sono state esportate solo 3.700 tonnellate di uova, quasi 6 volte in meno rispetto allo stesso periodo del 2016.
Né le agenzie governative, né l’Unione degli allevatori di galline ovaiole hanno fatto previsioni sulle prestazioni produttive del 2017. Tuttavia, alcuni media locali parlano di un calo di circa 100.000 tonnellate.

Per colmare la perdita l’Iran ha chiesto aiuto alla Turchia. Hasan Konya, capo dell’Unione dei produttori di uova turchi, ha dichiarato che l’ambasciata iraniana ha chiesto alle principali compagnie di uova del paese di organizzare alcune spedizioni di uova. Nel frattempo l’Iran ha accettato di ridurre le tariffe di importazione delle uova dal 55% al 5% permettendo alla Turchia di inviare circa 2.000 camion di uova in Iran nei prossimi mesi.  La Turchia ha iniziato ad esportare uova verso l’Iran nel dicembre 2017 e si ritiene che queste importazioni potrebbero contribuire a riportare i prezzi delle uova sul mercato iraniano al livello normale.

Golemali Forhi, portavoce della Camera di commercio iraniana, ha confermato che l’Iran dovrà importare uova almeno per i prossimi sei mesi. Al momento, le aziende colpite stanno allevando pulcini e si stanno riprendendo dai focolai, quindi il mercato dovrebbe attendere fino a quando le pollastre saranno in grado di produrre.

Ma alcuni esperti affermano che il previsto recupero del mercato potrebbe non avvenire mai. Le autorità veterinarie iraniane potrebbero fallire nei loro tentativi di fermare la diffusione dell’influenza aviaria. Mehdi Masoumi-Esfehani, vice capo della Camera di commercio di Teheran, ha dichiarato ai media locali che l’influenza aviaria, che fino ad ora aveva colpito soprattutto gli allevamenti di uova, stava diventando gradualmente una minaccia anche per gli allevamenti di polli da carne.  Ha espresso preoccupazione per il fatto che il virus potrebbe in qualche modo mutare e cambiare forma, e quindi metterebbe l’industria del pollame ancora più in pericolo.

Fonte World Poultry