Influenza aviaria: un tema in continua evoluzione

I produttori avicoli di Europa e Stati Uniti sono sempre molto in difficoltà quando si tratta di affrontare il tema dell’influenza aviaria. La causa principale della diffusione del virus sono gli uccelli migratori, che dall’Asia lo trasportano attraverso l’Europa fino agli Stati Uniti. Malgrado i diversi focolai riscontrati in tutto il mondo i casi sono stati tenuti sotto controllo. E ora è il momento di capire e valutare come e se le diverse misure di prevenzione in campo hanno funzionato.

Per quanto riguarda gli allevamenti all’aperto una delle misure adottate è stata disporre l’accasamento al chiuso degli animali. Per molti anche la vaccinazione rappresenta un’opzione per affrontare future epidemie. Al momento l’unica cosa certa è che i casi di influenza aviaria non scompariranno con l’arrivo della bella stagione: che si tratti di cambiamenti climatici, spostamenti degli uccelli lungo le rotte migratorie, polli commerciali più sensibili o solo dover affrontare virus naturalmente presenti in natura il problema resterà anche nei prossimi anni.

Per Europa e Stati Uniti, non si tratta di un virus endemico. L’abbattimento e le alte misure di biosicurezza, hanno fatto in modo di mantenere i focolai come semplici incidenti. Ma in molti paesi del mondo, come Indonesia, Cina e molti altri luoghi dell’Asia si tratta proprio di un virus endemico, che neanche la vaccinazione può controllare.

Particolarmente preoccupante è l’attuale situazione in Cina. La FAO e l’OIE sono allarmati dai più recenti sviluppi. I casi umani del virus H7N9, diagnosticato in Cina 4 anni fa, sono improvvisamente aumentati. Si stima, che solo a partire da inizio marzo, siano stati segnalati più casi umani di influenza A (H7N9) rispetto a quelli causati da altri tipi di virus dell’influenza aviaria combinati.

Per il settore avicolo il virus rappresenta un pericolo chiaro. Fino a poco tempo fa il ceppo H7N9 aveva dimostrato una bassa patogenicità, il che significava una scarsa influenza sul pollame. Ma ora nuove prove provenienti dalla Cina indicano che questo ceppo, è diventato altamente patogeno anche per il pollame e che può portare ad una elevata mortalità degli uccelli entro 48 ore dall’infezione. Questo aspetto negativo, può tuttavia rendere più facile individuare l’infezione e più tempestivi gli interventi, facilitando l’introduzione di misure di controllo anche a livello di azienda; d’altro canto solleva anche il rischio di epidemie e perdite economiche.

Fonte WattAgNet