In Belgio e Regno Unito allerta per la malattia di Newcastle

Da quando in Europa si sono verificati alcuni casi della malattia di Newcastle gli allevatori del Regno Unito hanno aumentato i livelli di allerta.

Alcuni allevamenti del Belgio sono stati colpiti da un focolaio della malattia che ha comportato, dallo scorso aprile, ben 17 casi confermati; ma la malattia si è diffusa anche in Lussemburgo e nei Paesi Bassi. Finora sono stati colpiti solo 2 allevamenti di grandi dimensioni: nel primo caso sono stati distrutti 57.000 capi e nel secondo oltre 37.000. Il resto dei casi si è verificato in allevamenti più piccoli o amatoriali con una perdita di oltre 100.000 capi, di cui oltre 8.095 per causa diretta della malattia.

Le misure applicate per controllare la malattia di Newcastle sono simili a quelle per l’influenza aviaria, e prevedono l’istituzione di una zona di protezione di 3 km e una zona di sorveglianza di 10 km.

Tra i casi identificati anche un venditore di pollame e anche questa attività è attualmente al centro delle indagini veterinarie per identificare la fonte dell’epidemia. I funzionari stanno considerando la possibilità che l’azienda possa aver involontariamente acquistato e venduto capi venuti a contatto con una fonte di infezione all’interno di un’area in cui la malattia è endemica.

I casi belgi sono una preoccupazione particolare per gli allevatori del Regno Unito perché tra i 2 paesi esiste un flusso commerciale stabile: dal giugno nel Regno Unito sono arrivate dal Belgio 30.000 capi tra pollame e selvaggina.

L’Agenzia per la salute degli animali e delle piante (Apha) ha quindi aumentato il livello di guarda da basso a medio e ha esortato allevatori di pollame e selvaggina ad aumentare la vigilanza.

William Garton di Avivets, ha spiegato che questa malattia virale è causata da un virulento avulavirus e si diffonde rapidamente attraverso il contatto diretto, per le vie aeree, attraverso uccelli selvatici o la presenza di feci infette su abbigliamento e attrezzature del personale. I tassi di mortalità sono compresi tra il 50% e il 90%. Dalla prima infezione alla morte possono passare da 2 a 3 giorni e i segni clinici della malattia variano da specie a specie oltre che tra diversi ceppi del virus rendendo l’identificazione molto difficile.

Oltre all’impatto su salute e benessere, la malattia può anche avere gravi implicazioni in termini di commercio ed esportazioni. All’interno di una zona di controllo, viene interdetto il commercio e qualsiasi movimentazione degli animali, causando gravi disagi. Altri impatti più ampi includono il divieto di fiere e mostre mercato. E come succede spesso con l’influenza aviaria, sebbene non si prevedano restrizioni alla commercializzazione degli animali provenienti dalle zone non incluse nelle aree di sorveglianza, alcuni paesi, inclusi Cina e in Sudafrica – principali mercati di sbocco – possono optare per un divieto totale. La potenziale perdita economica può quindi essere enorme.

Anche se alcuni degli allevamenti belgi infetti siano già stati sottoposti a vaccinazione, è ancora consigliabile somministrare la prima dose a 10-14 giorni di vita e prevederne una seconda a 6 settimane soprattutto per gli avicoli con una vita più lunga, ha precisato il dottor Garton.

La potenziale protezione attraverso la vaccinazione potrebbe essere migliorata una volta che negli allevamenti del Belgio verrà identificato il ceppo, elemento che consentirà la selezione del vaccino più efficace.

Fonte World Poultry