Il tasso di conversione è il giusto indice per calcolare la redditività dei broiler?

Un test realizzato sul campo, che ha utilizzato i mangimi realmente somministrati ai broiler, ha dimostrato che il risparmio sui costi è un indice molto più affidabile nel caso in cui si debbano analizzare gli esiti economici del cambiamento di nutrizione.

Spesso ci dimentichiamo che l’efficienza con cui gli animali convertono i mangimi in peso, uova o latte, vale a dire il tasso di conversione del mangime o FCR, è rappresentata da un indice che non sempre è correlato alla vera redditività. È vero che in condizioni simili, è comunque preferibile un FCR maggiore visto che dopo tutto, se gli animali hanno bisogno di meno alimentazione per produrre la stessa quantità di prodotto, il costo si riduce. Ma si tratta solo del singolo aspetto di un processo più ampio.

Ecco una situazione che dimostra che il diavolo si nasconde spesso nei dettagli. Il proprietario di un allevamento di broiler voleva massimizzare il FCR e, seguendo i consigli del suo fornitore di riproduttori, ha chiesto al suo esperto di nutrizione di progettare una serie di diete caratterizzate da una maggiore densità energetica. È noto che gli avicoli adeguano l’assunzione di mangimi in base al contenuto energetico del mangime stesso: di solito mangiano meno se il mangime ha un maggiore contenuto energetico al fine di mantenere un certo livello di energia. Naturalmente, ci sono limiti e obiezioni a questa nozione, ma questo non fa che avvalorare il fatto che è necessario porre maggiore attenzione quando si parla di efficienza verificando il solo FCR.

Dopo aver progettato le diete richieste, il nutrizionista ha preparato un certo numero di animali simili, con livelli di energia graduata. I risultati sono quelli mostrati in figura.


Di fatto risultava ancora redditizio passare dalla dieta corrente di 3.100 calorie per chilo di mangime a quella di 3.150 kcal per chilo di mangime, perché il maggiore costo del nuovo mangime sarebbe stato coperto dal miglioramento previsto in FCR. Qualsiasi livello di calorie superiore avrebbe continuato a migliorare l’efficienza dei mangimi, ma il guadagno tendeva ad assottigliarsi.

In questo caso particolare, non si trattava di ingredienti costosi che rendevano la dieta proibitiva. I nuovi mangimi prevedevano l’aumento di amminoacidi alimentari per mantenere il profilo proteico ideale in equilibrio con l’energia pur mantenendo una riduzione della concentrazione totale di proteine: in questo caso il pasto di soia era la soluzione meno costosa da utilizzare rispetto agli amminoacidi alimentari, ma il nutrizionista ha preferito limitarne l’uso per impedire che le proteine superassero limiti rigorosi. Oltre ai problemi di formulazione, questo esempio serve a illustrare il fatto che il FCR non è sempre la misura migliore della redditività.

Fonte WattAgNet