Il meat sounding fa discutere l’Europa

Sì alla salsiccia “vegetariana”, ma non alla “mortadella”. È la proposta alla Commissione europea del Clitravi (Centre for the Meat Processing Industry in the European Union), l’industria europea della lavorazione delle carni, che da tempo chiede un intervento per fare chiarezza sulla diffusione di denominazioni come “speck vegetariano”, o “bresaola vegana”.

Il Clitravi, che ha cercato già una mediazione, senza successo, con l’industria alimentare Ue e l’Unione vegetariana europea, chiede all’esecutivo Ue che i nomi esplicitamente riferibili a carni (per esempio “manzo vegetariano”), tagli di carne (bocconcini di pollo), o nomi ordinari di prodotti a base di carne (prosciutto, salame, pancetta) la stessa protezione che i regolamenti Ue accordano ai prodotti lattiero-caseari.

La polemica dura da mesi, e ha visto presentare anche un’interrogazione parlamentare, e sta dividendo alcuni paesi europei. In Germania, per esempio, l’industria alimentare vuole mani libere per puntare sul trend in crescita della carne “senza carne”, ma il ministro dell’agricoltura Christian Schmidt ha dichiarato guerra al “Wurst vegano”.

Sul suo profilo Facebook Paolo De Castro ricorda che lo scorso ottobre, in un’interrogazione parlamentare era stato rimarcato che era “necessario che la Commissione europea intervenga per regolamentare il fenomeno del Meat sounding, predisponendo una normativa europea in grado di salvaguardare le denominazioni riferibili a prodotti a base di carne. Il fenomeno del Meat sounding, cioè la commercializzazione di prodotti vegetali o per vegani che si presentano assumendo una definizione commerciale che richiama prodotti fatti con materie prime di origine animale è sempre più diffusa. Molto spesso, come nel caso della bresaola vegetariana o della mortadella vegana, ciò di cui si abusa non è però di un nome generico, ma di quello di uno specifico prodotto a denominazione protetta. La buona reputazione di molti prodotti a base di carne e degli insaccati è legata non solo alla materia prima utilizzata ma anche ai metodi di produzione, alle tradizioni ed ai fenomeni culturali secolari impiegati nella realizzazione del prodotto e non è giusto che siano, in nome di un marketing aggressivo, accomunati ad alimenti privi non solo della materia prima ma anche di tutti quei fattori che la rendono in qualche modo un alimento unico e riconoscibile“.

Fonte Ansa e Facebook