I fagi possono essere un’alternativa agli antibiotici per i suini

I ricercatori dell’Università di Leicester, nel Regno Unito, hanno scoperto che alcuni fagi rappresentano un’alternativa agli antibiotici per il trattamento delle malattie negli animali di allevamento e gli ultimi risultati supportano la loro applicazione pratica nelle aziende agricole.

Lavorando con i suini, Martha Clokie, del Dipartimento di infezione, immunità e infiammazioni dell’Università, ha identificato 20 batteriofagi o fagi, che si sono dimostrati efficaci nella lotta contro 72 ceppi batterici che causano malattie intestinali e sono resistenti a più di un antibiotico. Ogni tipo di fago attacca in modo specifico una specie batterica patogena, riducendo il rischio di sviluppare, nel tempo, la resistenza patogena nel caso in cui queste malattie venissero affrontate con trattamenti antibiotici.

L’ultima ricerca, finanziata dall’Agriculture and Horticulture Development Board (AHDB Pork), e che sarà pubblicata entro la fine dell’anno, dimostra che, mantenendo la loro elevata efficacia nei confronti dei batteri da combattere, è possibile essiccare i fagi per formare una polvere che può essere aggiunta all’alimentazione degli animali. A due ore dal contatto con i fagi, si è verificata una riduzione (4-log) del numero di batteri che causano malattie, di circa 10.000. I batteri provenivano da casi prelevati sul campo, confermando ulteriormente la probabilità che il trattamento possa essere efficace in situazioni commerciali.

Data la forte preoccupazione legata all’aumento dell’antibiotico resistenza umana, che richiede un approccio multidisciplinare e multisettoriale, questo lavoro conferma il potenziale dei fagi per il futuro trattamento delle malattie umane e animali.

Dopo due studi precedenti, Clokie ha concluso che i fagi sono in grado di trattare le infezioni Brachyspira e Salmonella nei suini. In condizioni sperimentali, i fagi sono risultati anche efficaci per affrontare un problema di sicurezza alimentare, riducendo la contaminazione da Campylobacter sulle carcasse di polli.

Fonte WattAgNet