Earth Overshoot Day: abbiamo già superato il limite

Giovedì 24 maggio è il Giorno del Sovrasfruttamento ecologico dell’Italia, la data in cui le risorse naturali del nostro pianeta si esaurirebbero se tutti vivessero come gli italiani. L’Earth Overshoot Day è purtroppo una ricorrenza amara, che tende ogni anno ad arrivare in anticipo. Lo rivela il Global Footprint Network, ricordando che così non sarà possibile garantire alle generazioni future di poter soddisfare i propri bisogni. Un dato di fatto, ancora più allarmante se si considera la continua crescita della popolazione mondiale: le stime al 2050 si attestano a 9 miliardi di persone.

In questo contesto il tema della sicurezza alimentare è attuale come non mai: il problema di garantire a tutti l’accesso al cibo e all’acqua si trasforma in emergenza. La necessità di capire e studiare gli impatti ambientali delle attività antropiche, al fine di intervenire mitigandone gli effetti, ha attirato l’interesse dei ricercatori e agevolato la nascita di un nuovo filone di ricerca, trasversale a tutti i settori scientifici: quello della sostenibilità.

Attraverso la valutazione del ciclo di vita (LCA – Life Cycle Assessment) è possibile stimare le ricadute ambientali della produzione di un prodotto “dalla culla alla tomba”, o dell’attività di un’organizzazione, generalmente nell’anno solare, per singola categoria di impatto (ad esempio surriscaldamento climatico, eutrofizzazione, impronta idrica, tossicologia ecc.).

Nel caso degli alimenti, l’LCA permette di valutare dapprima l’impatto ambientale del singolo prodotto e in seguito, sulla base di menu settimanali, della dieta nella sua totalità. Gli impatti ambientali di maggiore interesse per le produzioni alimentari sono: carbon footprint, letteralmente l’impronta carbonica, cioè l’emissione di gas a effetto serra che viene espressa in kg di CO2 eq; water footprint, letteralmente l’impronta idrica, e cioè l’acqua, utilizzata per la produzione degli alimenti espressa in L; land use, il consumo di suolo espresso in metri quadri.

Dall’analisi di singoli alimenti possono emergere differenze sostanziali dei valori di impatto per categorie: non sempre un carbon footprint alto corrisponde ad un water footprint alto: in tal senso è utile, prima di trarre le conclusioni sulla insostenibilità di un alimento, bilanciare gli impatti ambientali per categorie, e nel caso degli alimenti anche in base al valore nutrizionale degli stessi, insieme anche agli indici di qualità della dieta.

Inoltre, spesso lo studio di sostenibilità della dieta non include gli impatti ambientali dovuti a food loss e a food waste, e cioè gli sprechi alimentari rispettivamente a monte e a valle della filiera. Per queste ragioni la valutazione della sostenibilità della dieta è una materia complessa e multidisciplinare: molti degli studi realizzati finora non sono confrontabili, poiché la metodologia di analisi, le assunzioni e le allocazioni tra sottoprodotti degli impatti possono differire, e la comparazione perde così di significato scientifico.

In tal senso risulta poco sensato valutare gli impatti ambientali della produzione di 1kg di carne con quelli di 1kg di insalata: il primo motivo è perché gli alimenti non sono confrontabili per il loro apporto nutrizionale e il secondo è che, anche se lo fossero, con la dieta non se ne assume la stessa quantità.

Fatta questa lunga ma dovuta premessa, è interessante riportare i risultati dei singoli studi in materia, senza però l’ambizione di confrontarli fra loro. E’ stato stimato ad esempio che la produzione di cibo, la sua trasformazione, conservazione, distribuzione e smaltimento del rifiuto incidano per il 32% delle emissioni totali di gas a effetto serra.

Uno studio firmato da Maria M.Ulaszewska, GloriaLuzzani, SoniaPignatelli e EttoreCapri, ha stimato l’impronta carbonica della dieta mediterranea (2100 kcal/die) settimanale a 23,6 kg: paragonabili al quantitativo di gas serra emessi da un’auto che percorre 120km (dato Ispra).

Discostamenti significativi dei consumi alimentari rispetto a quelli consigliati dallo stile mediterraneo comportano variazioni non indifferenti in termini di emissioni. Rosi (et al.) hanno raccolto informazioni riguardo le abitudini alimentari di 153 pazienti onnivori, vegetariani e vegani e, per ogni tipo di dieta, hanno valutato gli impatti dei consumi reali in termini di carbon footprint, water footprin e consumo del suolo: i valori più alti sono attribuiti agli onnivori (rispettivamente 27,7 kg CO2 eq/settimana, 22 m2 di acqua/settimana e 182 m2 di suolo a settimana utilizzati), mentre le differenze tra vegani e vegetariani, seppur significative, non erano sostanziali. Dolci e bevande, le così dette “calorie vuote”, invece contribuivano per circa il 10% del totale dell’emissioni di gas a effetto serra e di acqua per la dieta onnivora, il loro contributo era superiore nel caso delle diete vegetariane e vegane.

Uno studio molto recente, pubblicato su PlosONE, sposta invece il focus sugli sprechi alimentari. La valutazione riguarda le abitudini dei cittadini americani, sempre più paragonabili a quelle europee. Ne è risultato che lo spreco di cibo è di circa 154 kg a persona per anno, pari al 30% delle calorie giornaliere disponibili al consumo, e il 7% della superficie coltivata: di fatto con il cibo gettato si può alimentare l’1/3 della popolazione mondiale che oggi non ha accesso al cibo.

I dati sui consumi, sugli impatti ambientali e sullo spreco alimentare fanno riflettere su quali siano gli sforzi, multicanale e multi-attore, da intraprendere per rinnovare il sistema e ripensarlo, avvicinandolo a un modello coerente con le esigenze di una comunità che chiede equità. E di un pianeta dalle risorse limitate.

Fonte carnisostenibili.it