Confuso su quello che è sano? Non sei solo

Normalmente ci si fida degli amici stretti o dei parenti… a meno che l’argomento non sia l’alimentazione.

E’ probabile che le persone più care e vicine non rappresentino le fonti più attendibili per le informazioni in tema di nutrizione, anche se la maggior parte delle persone si rivolgono proprio a loro per decidere cosa mangiare. Forse è per questo che secondo i risultati del 12° Sondaggio annuale sull’alimentazione e la salute dell’International Food Information Council Foundation, gli americani hanno un insufficiente livello nell’alfabetizzazione nutrizionale.

Attualmente non consumiamo solo cibo, consumiamo informazioni sul cibo e il buffet è più variegato che mai. A vari livelli si ascoltano i consigli dei professionisti nutrizionali, ma anche di salutisti, personal trainer, social media, blogger, televisione, agenzie governative e aziende alimentari.

Dalla ricerca emerge che gli intervistati hanno classificato “amici” e “famiglia” come le figure su cui puntare meno (i fornitori di servizi sanitari sono invece al top della classifica) per raccogliere informazioni su quali alimenti mangiare o evitare. Tuttavia la stretta cerchia di amici o familiari è quella che probabilmente influenza maggiormente la decisione se seguire un modello alimentare o una dieta specifica, mentre i fornitori di servizi sanitari o i nutrizionisti accreditati (RDN) lo sono meno.

Circa 8/10 degli intervistati ritiene che vi siano molti consigli contraddittori su cosa mangiare o non mangiare, e molti ritengono che queste informazioni aumentino i dubbi sulle loro scelte alimentari. Il dubbio è amplificato quando ci si rivolge al proprio entourage, di solito altrettanto confuso quando trasferisce informazioni “lette da qualche parte”.

Un potenziale segnale di speranza è la conferma che gli studi scientifici sono classificati come un’affidabile fonte di informazione, in particolare tra Millennials (18-34 anni). Gli intervistati hanno anche riposto una certa fiducia in articoli e titoli, che spesso riportano nuovi studi scientifici. Il problema è che alcuni studi non riportano dati completi e pochi articoli, e quasi zero titoli, forniscono il pieno contesto dell’argomento tema della ricerca.

Questa incertezza crea grande confusione: gli intervistati vogliono che il cibo aiuti ad essere più sani, ma non esiste una situazione che permette di collegare i benefici salutari desiderati con gli alimenti necessari a conseguirli.

La perdita di peso è vantaggio sanitario più desiderato dagli intervistati nella fascia di età tra i 18 e i 49 anni, ma la prevenzione delle malattie cardiovascolari diventa più importante dopo i 50 anni. Le preoccupazioni sugli zuccheri aggiunti e sugli dolcificanti artificiali sono cresciuti nell’ultimo anno, e molte presone scelgono i primi per evitare i secondi. Amici e famiglia hanno grande influenza su questo argomento. Quasi 3 intervistati su 4 cercano prodotti etichettati non-OGM perché ritengono che questi alimenti siano più salubri, più sicuri o migliori.

Meno della metà degli intervistati è riuscita ad indicate un unico cibo o nutriente che permette di raggiungere questi obiettivi.

Gli intervistati hanno anche avuto difficoltà a definire il terminesalutare“. Ad esempio, se due prodotti riportano informazioni nutrizionali, gli intervistati considerano come parametro di scelta il prezzo, la marca, il breve elenco di ingredienti, e il luogo di acquisto (negozio di alimenti naturali rispetto a un tradizionale negozio di alimentari).

Gli intervistati ritengono che i prodotti alimentari freschi siano più salutari rispetto a quelli congelati o in scatola: per esempio le carote baby in busta sono considerate più elaborate delle carote baby biologiche in busta. La difficoltà è che alcune caratteristiche non vengono intrinsecamente associate ad una migliore alimentazione e a maggiore salute. Ad esempio, le verdure congelate o in scatola sono altrettanto nutrienti quanto quelle fresche, spesso anche di più se i prodotti freschi hanno subito un lungo trasporto o hanno trascorso molto tempo in magazzino prima di essere esposte sugli scaffali.

Fonte The Washington Post