I costi dell’epidemia di influenza aviaria negli USA nel 2014-2015

Uno studio del Servizio di ricerca economica dell’USDA, il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, ha confermato che le perdite commerciali causate dalla devastante epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità che ha compito gli USA nel biennio  2014-2015 hanno comportato una perdita di 1,3 miliardi di libbre e oltre 50 milioni di capi, lasciando il settore avicolo degli Stati Uniti sostanzialmente a secco.

Inoltre le restrizioni commerciali attuate durante e dopo l’epidemia, hanno colpito tutti i prodotti a base di pollame, ma l’impatto complessivo sul mercato è stato diverso per ogni tipo di prodotto a causa di diversi fattori.

La produzione di uova e tacchini è diminuita a causa dell’elevato numero di capi persi o distrutti durante l’epidemia quindi, nonostante le perdite in termini di esportazioni a causa delle restrizioni adottate, i prezzi di questi due prodotti sono aumentati. L’enorme perdita di capi è stata quasi tre volte superiore rispetto alla precedente peggiore epidemia di aviaria che ha compito gli Usa nel 1983/4, che ha portato alla perdita di 17 milioni di polli e tacchini.

I prezzi più alti siano stati a favore dei produttori non direttamente colpiti dall’epidemia, mentre quelli direttamente coinvolti hanno subito hanno pagato un prezzo più alto non potendo immettere i loro prodotti sul mercato e quindi hanno subito un impatto negativo maggiore.

Nello studio “Impatti dell’epidemia di influenza aviaria altamente patogena nel settore avicolo degli Stati Uniti” si legge che nel settore dei broiler, sebbene siano stati persi o distrutti per contenere l’epidemia pochissimi capi, le consistenti perdite economiche sono legate alle restrizioni commerciali dei mercati esteri.

Gli autori Sean Ramos, Matthew MacLachlan e Alex Melton hanno dichiarato che “queste restrizioni hanno ridotto la domanda oltremare di prodotti a base di pollo e hanno portato a prezzi più bassi per i produttori di broiler, sottolineando l’importanza delle risposte politiche nel costo totale dell’epidemia“.

Nel rapporto si evidenzia che il settore avicolo degli Stati Uniti è stato in grado di recuperare rapidamente le perdite di capi, ma sul mercato sono durati per un tempo maggiore altri effetti come le perdite commerciali e l’instabilità dei prezzi.

Nei primi mesi del 2016 la produzione avicola è tornata a livelli normali, con il recupero delle industrie di uova e tacchini. Tuttavia, i prezzi di molti prodotti a base di pollame sono rimasti bassi, in parte a causa delle persistenti debolezze delle esportazioni legate ai casi di aviaria oltre che e ad altri fattori.

I focolai di malattia possono provocare impatti diversi nel settore avicolo. L’influenza aviaria ad alta patogenicità ha avuto impatti molto negativi su molti produttori, dato che in ogni impianto in cui è stato segnalato il virus le perdite di capi sono state in media di 50.000 tacchini e oltre 1 milione di ovaiole. Molti altri produttori di uova e tacchini non hanno perso la produzione e hanno potuto sfruttare nel breve periodo, i prezzi più elevati senza sostenere i costi elevati sostenuti da chi era direttamente coinvolto.

L’epidemia ha tuttavia avuto impatto anche su prodotti avicoli non direttamente coinvolti nelle epidemie. Sebbene l’industria dei broiler abbia perso meno dello 0,01 dei suoi capi, la minaccia di una potenziale infezione ha spinto molti paesi esteri ad adottare restrizioni commerciali che hanno contribuito a prezzi molto più bassi nel 2015 e nel 2016.

Commentando il rapporto, James Sumner, presidente dell’US Poultry and Egg Export Council, ha affermato che alcuni mercati all’esportazione non sono stati completamente recuperati, dato che le aziende straniere hanno sostituito in maniera definitiva i prodotti statunitensi con quelli provenienti da altri paesi. Secondo Sumner la Cina è stata chiusa alle uova provenienti dagli Stati Uniti per tre anni: “Speriamo che i cambiamenti nel prossimo futuro, sebbene non ci siano ancora indicazioni in tal senso”. Prima dell’epidemia, la Cina copriva il 7% del mercato esportativo statunitense dei tacchini e il 4% dei broiler

Fonte Poultry World